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LA STORIA DI VALENTINO ROSSI

LA STORIA DI VALENTINO ROSSI

Secondo il dottor Claudio Costa, quando sono nato, il 16 febbraio 1979, nel cielo di Urbino si sono scatenati fulmini e saette: insomma, accadde qualcosa di straordinario…Non so se sia vero, quello che è certo è che la mia carriera è iniziata molto presto. Graziano, il mio babbo, era un pilota di moto e fin da piccolino mi ha messo in sella a qualcosa con delle ruote: la leggenda narra che ho avuto prima il motorino della bicicletta. Sembra comunque che quando avevo tre anni, Graziano avesse preparato un piccolo motorino con le rotelline, con il quale ho cominciato subito a divertirmi. Allora abitavo nella sua casa a Tavullia, vicino alla quale c'è un parcheggio asfaltato dove potevi creare una specie di pista: lì ho cominciato a girare con questo motorino rosso e le rotelline, che il Grazia poi mi ha subito tolto fin da piccolissimo. Si può dire che quello sia stato il mio primo circuito, dove ho girato con tutto quello che avevo. Graziano, però, aveva un po' paura della moto e la sua intenzione era indirizzarmi verso le quattro ruote. Anche perché lui, nella sua carriera, aveva fatto un sacco di incidenti, si era fatto male, tanto da essere costretto a lasciare le gare di moto per quelle di auto.

Quando avevo cinque anni, il Grazia era arrivato a casa con un kart 60 cc: mi era piaciuto molto e così in quel periodo ho usato tanto il kart, con il quale andavamo a girare nei parcheggi della zona industriale, tra cui quello della “Chiusa di Ginestreto”, che è vicino alla strada che da Tavullia scende verso Pesaro. Mi ricordo che riempiva con l'acqua le lattine della benzina, le metteva nel parcheggio costruendo una sorta di pista. Però la cosa più pericolosa che facevo in quel periodo era con una macchinina a pedali, fatta come una vecchia Lotus F.1, quella colorata di verde, che il Grazia legava dietro a un motorino. Lui, naturalmente, guidava il motorino, io la macchina e con la fune mi tirava per insegnarmi a fare i traversi, che erano davvero belli dato che le gomme della “Lotus” erano di plastica. Quando lui non c'era, andavo da solo giù per la discesa del giardino di casa e quando ero a metà giravo per derapare, fermandomi da una parte. Ma era una specie di roulette russa, perché alla fine della discesa c'è la statale…Quando mia mamma ha capito cosa facevo, venne chiuso il cancello a metà discesa: non riuscivo più a prendere abbastanza velocità per fare le mie derapate.

Successivamente ho avuto un motorino un pochino più grande e con quello facevo cross in pista, ma il Grazia non è mai stato un grande appassionato di motocross, perché ancora oggi sostiene che i salti siano troppo pericolosi. Aveva sempre l'idea dei traversi, quindi ai campi da cross preferiva le cave, per fare scivolare la moto. In quel periodo il Grazia andava in spiaggia con una Honda 500 4T, con la gomma da cross anteriore e una slick posteriore e sul bagnasciuga del mare faceva ogni sorta di sbandata: diceva che quello era il posto perfetto. Ma erano altri tempi, se lo fai adesso ti arrestano e io ho mai potuto provare quell'esperienza. Abbiamo iniziato ad andare per cave e si può dire che in quel periodo ero già un pilota di auto e di moto, anche se la prima gara l'ho disputata con i kart, a sei anni, perché con i 60 cc potevi iniziare molto prima che con le moto. Avevamo una Ritmo “autocarro”, caricavamo il kart e andavamo in pista: al debutto ho fatto nono. Correvamo nelle Marche, nei circuiti cittadini e con i kart sono andato avanti per tanto tempo. Ma nell'inverno del 1989, sono arrivate le prime minimoto dal Giappone, importate da Vittoriano Orazi. Erano piccolissime, con il motore di un tagliaerba da 38 cc e per l'Italia erano una novità incredibile. Si potevano usare sia nelle piste delle macchinine radiocomandate sia in quelle dei kart ed è stata veramente la prima moto che potevi guidare da piccolissimo, perché fino allora o facevi minicross o per fare velocità su pista dovevi aspettare di avere almeno 14 anni. Sono stato fortunato perché dalle mie parti c'è stato il boom delle minimoto e nel Natale del 1989 Graziano me ne ha regalata una, dopo avergli rotto le scatole per mesi e mesi.

La prima pista dove sono andato a girare è stata quella di Cattolica, il famoso “MotorPark”, un gran bel tracciato. La mia principale attività rimanevano i kart, ma una o due volte alla settimana andavo a girare con le minimoto e d'estate, al martedì sera, c'era la gara al MotorPark. All'inizio eravamo sei, poi nove, poi quindici, poi sono state fatte le categorie e in quegli anni c'erano un sacco di piloti velocissimi. Mi divertivo molto e tra kart e minimoto correvo praticamente tutte le domeniche. Con i kart, però, era meno piacevole, perché era già quasi più un lavoro: si andava a provare, si guardavano i tempi, si discuteva, mentre con le minimoto era puro divertimento. Nel frattempo, con i kart avrei dovuto cambiare categoria, passando dai 60 ai 100 cc; l'ultima stagione con i 60 ero andato forte, avendo vinto il campionato regionale, conquistando così la finale italiana, dove c'erano i primi cinque di ogni regione: sono arrivato quinto. Ma per passare di categoria, ci chiesero 100 milioni delle vecchie lire (circa 50.000 euro attuali, ndr) per una stagione; ma chi ti dà 100 milioni per correre con i kart? E così abbiamo deciso di continuare con le minimoto: non è stato un dispiacere, perché mi divertivo un casino. Avevamo un team con i fratelli Pagano, Marco e Maurizio: ci spostavamo insieme con un Bedford blu, anche se correvamo in tre categorie differenti. E' lì che è nato il 46, numero che avevamo tutti e tre sulle nostre minimoto. Io ho sempre corso con le Vittorazzi ed era veramente bellissimo, anche perché si cercava sempre di eludere il regolamento. Orazi aveva inventato le “gommone” radiali, che andavano da paura: la minimoto diventava più alta e si riusciva a piegare di più. Si andava fortissimo, davano un gran vantaggio, ma nel regolamento non c'era scritto qual era la misura limite delle coperture: quindi, in teoria, eravamo a norma . Ma le Vittorazzi volavano e i piloti delle altre Case hanno cominciato a fare reclamo, perché c'era un valore massimo per i denti della corona. Noi, avendo le gomme più grandi, dovevamo usare 10 denti in più per compensare la differenza di rapporto, ma ci inventammo di montare delle corone da 70 denti, alle quali ne limavamo 10 per rientrare nel regolamento… Mi ricordo come fosse adesso quando nell'officina di Vittoriano ci mettevamo tutti a limare le corone: era veramente divertentissimo. Poi è arrivata la Polini, con minimoto molto veloci e il team ufficiale: era il '92, Orazi non ce la faceva più a stargli dietro e io sono passato alla Polini.

Ed è stato in quell'anno che ho provato per la prima volta una moto “vera”, l'Aprilia Futura di Pagano, in pista, a Misano: era dicembre ed è stata una grande emozione. Per la carriera motociclistica avevo molte più porte aperte rispetto ai kart, perché Graziano lo conoscevano tutti e in molti erano disposti a darci una mano. Così nel '93, a 14 anni, abbiamo deciso di correre in moto e abbiamo provato una Cagiva del team di Claudio Lusuardi, una 125 che mi aveva trovato nientemeno che Claudio Castiglioni tramite Virginio Ferrari: noi dovevamo pagare soltanto la squadra. Ho fatto così il mio primo anno di Sport Production, un campionato allora molto bello, diviso in quattro zone, con 70 piloti a gara. Io facevo parte della zona C: si correva tre volte a Magione e una a Binetto. Nella prima gara ho fatto nono ma, soprattutto, c'è il famoso aneddoto della caduta alla prima curva appena entrato in pista. Sono tornato ai box, mi hanno messo a posto la moto, sono ripartito e dopo tre giri mi sono steso nuovamente…Quando sono ritornato ai box, io e Graziano ci siamo guardati e ci siamo detti: “Siamo sicuri? Cosa vogliamo fare? Andiamo a casa?” Invece siamo rimasti lì, ci ho preso la mano e alla fine ho fatto nono. Nell'ultima selettiva sono andato piuttosto forte, settimo a Binetto, e mi sono qualificato per le finali. La prima gara era a Vallelunga, poi c'erano il Mugello, Monza e Misano: si cominciava ad andare forte. Non mi ricordo bene i risultati: credo di aver fatto 14esimo a Vallelunga, male al Mugello – dove non riuscivo proprio a guidare e sono finito fuori dai punti -, poi nuovamente 14esimo a Monza. Ma Misano c'è stata la prima svolta. Andrea Ballerini, allora pilota ufficiale Cagiva, aveva due moto a disposizione, una della Casa e una preparata da Lusuardi: Andrea si giocava il campionato con Roberto Locatelli e scelse la moto preparata della Cagiva. Lusuardi, naturalmente, non la prese bene e invece che tenere la sua 125 ferma al box decise di darla a me e con quella moto ho conquistato la pole position. Sono però partito malissimo - ero tipo 20esimo al primo giro -, ma ho finito terzo dietro a Locatelli e Ballerini, salendo quindi sul podio dell'ultima finale a soli 14 anni. Quel risultato mi ha fatto guadagnare la Cagiva ufficiale per il 1994 e Graziano, per non farmi perdere tempo, mi ha anche iscritto al campionato italiano GP, con una moto artigianale fatta da uno di Tavullia che si chiama Sandroni, che utilizzava dei motori Aprilia preparati da “Guidino” Mancini, meccanico di Pesaro.

In quell'anno ho corso quindi sia la SP sia la GP, fondamentale per fare esperienza, finendo anche terzo nell'ultima gara a Misano. Ma nel '94 il mio obiettivo era il campionato SP, per il quale avevamo cambiato moto, passando dalla Mito alla SP01, che all'inizio non era così competitiva, e dalla zona C mi ero trasferito alla B, di livello più alto. Si correva tre volte a Misano e una al Mugello e nelle prima selettiva ricordo una lotta epica con Paolo Tessari, con sette sorpassi nell'ultimo giro, prima che io cadessi alla Brutapela per tentare di fregarlo. Poi ho vinto la gara successiva a Misano e sono andato forte nelle altre selettive. Le finali, però, erano iniziate malissimo, perché a Vallelunga ho rotto, ma al Mugello ho fatto secondo, fregato in volata da Gino Borsoi con l'Aprilia. Poi c'è stata la mitica finale a Monza: all'ultimo giro eravamo in sette a lottare e sono riuscito a vincere. Allora si scartava il peggior risultato e quindi, con un secondo e un primo mi giocavo con Cruciani e Tessari il campionato a Misano. La tensione era grande e la gara è stata durissima, con continue sportellate fino all'ultimo giro, iniziato con me, Tex e Cruciani vicinissimi. Tessari ha sbagliato, ha preso un'imbarcata alla curva del “Carro” e siamo rimasti io e Cruciani: l'ho passato al “Tramonto” e mi sono presentato in testa alla “Brutapela”, dove però lui è entrato senza frenare e mi ha buttato fuori. Cruciani ha vinto gara e campionato, mentre io ho fatto terzo. Nel dopo gara ci furono grandi polemiche per questa entrata di Cruciani, uno che guidava sempre sopra le righe, tanto che poi venne squalificato e io conquistai l'italiano tra le polemiche, secondo qualcuno solo perché ero il figlio di Graziano.

In ogni caso, grazie a quel successo si è fatto sotto il magico Carletto Pernat, che per l'anno dopo mi ha offerto un contratto con l'Aprilia con una moto buona per la 125GP. Nel '95 Graziano voleva farmi fare il mondiale e a fine '94 avevo anche provato a Misano la Honda 125 del team Pileri, e anche la 125 GP di Massimo Matteoni, che aveva commentato: “Questo è il figlio di Graziano, ma non va…”. Insomma, mi scartarono ed è stata la mia fortuna, perché io non ero pronto per fare il mondiale e quindi nel '95 ho fatto il campionato italiano ed europeo con un'Aprilia competitiva, puntando sulla squadra di Mauro Noccioli e non sul più ambito team Italia. Con Noccioli è stato bellissimo, perché era una squadra di pazzi: di cinque cervelli non se ne faceva uno, compreso il pilota, naturalmente! Ma erano bravi, la moto era competitiva, io andavo forte e la mia grande fortuna è stata che in quell'anno l'Europeo si disputava in concomitanza con il mondiale. Nel '95 ho dominato il campionato italiano e a Misano ho fatto la prima gara alla Valentino Rossi: in quell'occasione è anche nato il mio Fan Club. Avevo fatto la pole, ma al via la moto si è spenta e al primo giro sono passato ultimo staccato di cinque secondi dal penultimo: ho iniziato la rimonta e al “Carro”, dove c'erano tutti i miei tifosi, avrò fatto una ventina di sorpassi, fino a conquistare il secondo posto dietro a Lucio Cecchinello con una Honda buona. Poi lui si è steso e io ho vinto quella gara strepitosa, conquistando successivamente anche l'italiano per un punto, nonostante un grippaggio nell'ultima gara.

Nell'Europeo i miei avversari erano Petit e Cecchinello, che però aveva una Honda con il kit ufficiale; io andavo forte, ma cadevo sempre: in quella stagione sono scivolato 20 volte! Insomma, grandi prestazioni, ma anche cadute rovinose e mi sono fatto malissimo a un piede, mi sono distrutto il mignolo sinistro ad Assen, mi sono infortunato a un altro dito nella gara successiva. Alla fine del campionato, hanno dato una Honda velocissima anche a Hules, che andava fortissimo: l'inghippo era che i primi tre dell'europeo andavano di diritto nel mondiale e io mi giocavo il terzo posto proprio con Hules. Nel momento più importante della stagione, ho pensato bene di spaccarmi un polso con la moto da cross in una pista vicino a Tavullia e sono andato a correre in Portogallo con il polso destro rotto, con il dottor Costa al seguito. Apro una parentesi: quando eravamo giovani, noi andavamo a fare le gare nella zona industriale di Pesaro, nel famoso “pistino”. Costa mi aveva fatto uno “scotch cast” funzionale e mi aveva detto di provare a guidare; così una notte siamo andati con il mio Zip a fare un test privato al “pistino” con il gesso, per vedere se ce la facevo: feci il record. Rinfrancato, la mattina dopo sono partito per il Portogallo, dove sono riuscito a fare terzo e prendere i punti necessari per avere l'iscrizione al mondiale. Ero già un pilota Aprilia ed essendomi guadagnato sul campo il diritto di partecipazione, aspettavo solo un'offerta, che è arrivata da Gianpiero Sacchi.


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